Dagherrotipo Famiglia Margotti

Nella collezione privata Gianni e Anna Moreschi che riguarda tutto quanto sia inerente alla Storia della fotografia non mancano i Dagherrotipi, ossia le primissime immagini che a partire dal 6 gennaio del 1839 segnarono l’inizio del nuovo mezzo di comunicazione.  La moda dell’immagine reale, del ritratto fotogenico, del pennello solare (sono alcune definizioni della prima ora) furono soprattutto i pittori ritrattisti ed i miniaturisti, i quali, con grande tempestività, riconvertirono i loro atelier per lanciarsi nella sorprendente avventura tecnologica, timorosi di perdere l’affezionata clientela.  Non a caso, inserivano i primi ritratti nelle stesse preziose custodie in pelle, sino ad allora destinate a incorniciare le miniature.  L’invenzione di Louis Jaques Mandé Daguerre e di Joseph Isidore Niepce figlio, succeduto al padre Nicephore, morto quattro anni prima, consisteva soprattutto nell’essere riusciti a stabilizzare in qualche modo le immagini; risultato che i diversi aspiranti “padri” della sorprendente scoperta non erano stati capaci di ottenere se non in modo parziale, nei quarantanni precedenti; anche perché del tutto ignari delle caratteristiche e della portata di ciò che stavano per inventare. Il supporto utilizzato da Daguerre era di rame argentato e sensibilizzato ai vapori di iodio per formare ioduro d’argento. Occorreva impressionarlo successivamente all’interno della “chambre noire”, rivelarlo per ossidazione alle esalazioni di mercurio; quindi immergerlo in una soluzione di sale da cucina (sostituito dopo le prime difficoltà dall’iposolfito di sodio inventato da Herschel) per fissare l’immagine ottenuta, abbattendo le sostanze sensibili non annerite. Infine dopo un lavaggio in acqua distillata, un secondo rapido bagno nell’alcool per asciugarlo rapidamente, era pronto per la consegna al cliente; ben cento anni prima dell’invenzione della foto immediata Polaroid.

Gli inconvenienti del Dagherrotipo si rivelarono subito: erano quelli di fornire immagini uniche e non duplicabili se non per riproduzione; ma soprattutto erano speculari (la destra a sinistra e viceversa, per intenderci) proprio perché ricavate su una superficie riflettente. Infatti, la condizione migliore per osservarle era quella di non indossare vestiti bianchi o avere alle spalle fonti di luce tali da annullare il leggero strato ossidato, “un vero e proprio alito magico”, così tenue e delicato da dover essere subito sigillato e protetto da un vetro anteriore. Il dagherrotipo illustrato nelle foto è stato esposto ed è pubblicato nella guida nel Musee Dauphinois di Grenoble dove è stata allestita una mostra di foto d’epoca ed illustrata l’opera di Alfonso Thaust Dodero che è il protofotografo, autore del ritratto dei Margotti quando svolgeva la sua attività itinerante da queste parti. Questo è il Link del Museo.

 http://www.musee-dauphinois.fr/2690-chambre-noire-pour-amateurs-eclaires-photographies-de-la-collection-flandrin.htm

 

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