Gianni Morandi

Il 7 febbraio del 1967 il giovane cantante si presentò al C.A.R (Centro Addestramento Reclute) delle caserme Revelli di Taggia e per l’occasione un gruppo numeroso di fan, uomini e donne di tutte le età si era riunito per salutarlo alla stazione e davanti alla Caserma, nonostante fossero le prime ore dell’alba. La confusione di quel giorno è però nulla in confronto a quanto accadrà successivamente in occasione della sua prima libera uscita.   Per costringere le reclute ad entrare più rapidamente nell’atmosfera della vita della caserma
per una ventina di giorni dall’arrivo non veniva loro concesso di uscire. La prima “uscita” era quindi molto attesa dai militari e dai loro familiari e, per  questo motivo, appena conosciuta la data, Gianni spedì un telegramma alla  moglie, che prese il vagone-letto da Roma per               aggiungere il mattino seguente Arma. La circolazione nei dintorni della caserma era però paralizzata perché da tutti i centri della Riviera ed anche da fuori regione erano giunti moltissimi fan a bordo di utilitarie, vetture di lusso, scooter, potenti auto sportive e furgoncino.
A nulla era servita l’opera della polizia municipale: il servizio del filobus rimase bloccato e molti automobilisti, ignari di quanto stesse realmente accadendo, pensarono ad una gravissima sciagura stradale; in mezzo a tanta confusione fuori dal cancello della caserma, una pallida e graziosa Laura Efrikian attendeva l’uscita del marito. L’imprevedibile confusione indusse il comandante della caserma, spaventato dalla situazione, a prendere un provvedimento drastico: rinviare al giorno dopo la libera uscita.   
A Laura, delusa dalla decisione, venne concesso un colloquio di quasi un’ora in parlatorio. Il giorno seguente Gianni, uscendo di nascosto, prima del previsto e utilizzando il passo carraio riservato agli automezzi, raggiunse Laura che aveva preso alloggio in un grande albergo sul mare ad Arma. In divisa kaki, sbarbato e sorridente Gianni era l’immagine dell’ottimismo.
Sorprese i numerosi cronisti giunti da ogni parte d’Italia con il suo atteggiamento positivo verso la vita militare: “penso che questa vita mi farà bene” dichiarò sorridendo. Anche gli orari, con la sveglia alle 6,30 ed il riposo alle 21,30, tranne il sabato e la domenica mattina, non lo infastidivano, ma lo incuriosivano; lo divertivano anche gli scherzi di caserma: “sono stato sbrandato una volta sola” e confessò in televisione che “vorrei tanto non essere trasferito da
Arma perché qui mi trovo molto bene“. I due coniugi vissero serenamente questo periodo di servizio militare, concedendosi ai fotografi durante le frequenti passeggiate e nonostante le preoccupazioni finanziarie derivanti dalla impossibilità di fare “serate” e qualche imprevisto fuori programma. Un folla numerosa continuò ad aspettare la recluta fuori dalla caserma per
tutto il periodo di addestramento. Molti ammiratori, per essere sicuri di non perderlo di vista, presero l’abitudine di attendere all’uscita dall’albergo Laura, che per confonderli fece
ricorso ad alcuni stratagemmi, cambiando abiti e indossando parrucche di colori diversi, in particolare una di colore biondo platino. Morandi in caserma cantava per far piacere ai suoi commilitoni e durante le libere uscite aveva instaurato un bel rapporto con la città, tanto più che le autorità militari, nel timore di venire accusate di favoritismo, gli impediranno qualsiasi licenza per i primi mesi del servizio di leva. Al momento della sua partenza da Taggia per Pavia, dove terminerà il servizio militare, il comune gli consegnò una medaglia, non al valor militare, ma al merito turistico. Tutti in città erano tristi per la sua partenza, solo le Forze dell’Ordine, in particolare i Carabinieri, tirarono un sospiro di sollievo perché finalmente potevano smettere di difendere la caserma dall’assalto degli scatenati fan, che si annidavano ovunque, anche tra i suoi commilitoni. Alcuni di loro, infatti, muniti di macchine fotografiche scattarono in caserma alcune immagini, che portarono a sviluppare da un fotografo per poi rivenderle al prezzo di cinquanta lire l’una. Sembrava un episodio da nulla, invece il Comandante ordinò ai Carabinieri di svolgere un’inchiesta sull’accaduto. Il proprietario del negozio, risultò in buona fede perché aveva sviluppato e stampato quelle foto senza osservarle, limitandosi a riscuotere il prezzo convenuto ed ignorando l’uso che ne avrebbero fatto i clienti. Gli fu spiegato che era vietato scattare e distribuire le foto delle caserme, che sono coperte dal segreto militare. Dopo una solenne ramanzina, l’indagine fu chiusa senza ulteriori conseguenze.

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