AICARDI DOMENICO Re delle Rose

A Domenico Aicardi la città di Sanremo ha dedicato l’omonimo ISTITUTO per la Floricoltura che ricorda il grande ibridatore  con queste parole nel suo sito.

Domenico Aicardi nacque il 16 marzo del 1878 e morì il 12 febbraio del 1964, e si distinse nella storia della botanica come uno dei più grandi rosaisti di tutti i tempi.  Era una persona che amava partecipare alla vita pubblica e ricevette le “massime onorificenze italiane”. Inizialmente, la sua passione per i fiori si estrinsecò principalmente nella cura dei garofani, e si dedicò alla loro produzione, mettendo sempre in pratica le informazioni che apprendeva. 

Dedicò diversi anni allo studio approfondito di questi fiori, e si avvaleva sovente della consulenza del padre medico e del fratello, quest’ultimo suo fedele collaboratore anche negli anni a seguire.  Nel 1928 scrisse un autentico trattato sui garofani e sulla loro fioritura, risultato al quale arrivò dopo tanti anni di dedizione allo studio della genetica delle piante, nonché di applicazione della teoria e dei principi alla pratica, attraverso prove ed esperimenti che gli permisero di distinguersi nel settore. 

Il Comm. Aicardi, “Minghin” per i numerosi colleghi che gli chiedevano continuamente consigli in mezzo al suo Laboratorio all’aperto, denominato dagli appassionati “Giardino delle meraviglie”

Domenico Aicardi giovane studente in Inghilterra davanti al College che frequentò per alcuni anni.

Amava tanto viaggiare ed andare sempre alla scoperta di nuove specie e varietà di vegetali. A tal proposito, risultò fondamentale il suo viaggio in Olanda, fatto allo scopo di comprendere come orientare la produzione dei fiori recisi alla loro commercializzazione, prendendo spunto dagli olandesi, che in questo erano certamente maestri. Nel corso dei suoi studi, comprese anche che per migliorare la produzione delle piante fosse necessario studiarne dapprima le caratteristiche del patrimonio ereditario: si trattò di un’intuizione importantissima, della quale il mondo della botanica gli riconosce la paternità. In seguito, si dedicò a studiare il modo in cui allevare i vegetali, con particolare attenzione e analisi circa la funzionalità di determinati interventi rispetto al miglioramento della genetica, specie con riferimento ai caratteri quantitativi.     Nonostante il suo approccio allo studio fosse indubbiamente molto analitico, Aicardi non trascurò mai i principi di base e le dottrine proprie degli studi classici, da lui considerati sempre come il punto di partenza, dal quale non poter prescindere per poter fare nuove scoperte o avere nuove intuizioni. Proprio nell’approfondire lo studio della genetica, Aicardi s’ imbatté nei primi rosai della sua carriera, destinati a rappresentare in qualche modo la sua firma, dato che venne e viene tuttora ricordato soprattutto per questo. Sin dal primo approccio alla genetica delle rose, comprese che si trattava di fiori che risentivano in misura consistente delle condizioni ambientali, e si caratterizzavano per avere una genetica complessa ed articolata (erano infatti riconducibili a diversi geni).  Con l’analisi e la dedizione costanti, arrivò alla conclusione secondo la quale per studiare i caratteri dei rosai avrebbe dovuto individuare i modi attraverso i quali stimarne i parametri, al fine di determinare il genotipo. Secondo Aicardi, solo procedendo in tal modo avrebbe potuto mettere in pratica il miglioramento della genetica delle rose.  Con tanta caparbietà, e senza darsi mai per vinto, riuscì ad attuarlo, dando vita a quella che viene definita evoluzione guidata, una vera rivoluzione nel campo della genetica.  Successivamente creò il famoso terrazzo delle meraviglie, a Villa Minerva, un luogo per alcuni aspetti un luogo un po mistico, dove i vari appassionati di questo genere di studi potevano liberamente condividere le loro reciproche scoperte ed intuizioni.   Per Aicardi, un aspetto fondamentale del suo lavoro era proprio rappresentato dalla condivisione e dallo scambio di idee e questo faceva di lui una persona estremamente libera, per nulla misteriosa circa le sue scoperte, che peraltro arrivavano da infinite ore e sessioni di studio.  La sua vita arrivò ad essere completamente integrata nei rosai, e ormai anche tutti i suoi viaggi erano legati allo studio appassionato delle rose.  Si dedicò per lungo tempo alla stesura di un altro libro, destinato a diventare successivamente un trattato, senza precedenti, sulla genetica, la produzione e il miglioramento delle rose.  Venne pubblicato nel 1952, e lo intitolò “Le rose moderne”, un titolo sufficientemente esplicativo di quella che sarebbe stata poi la sua funzione negli anni a seguire, ossia di testo di riferimento per un approccio moderno e diverso allo studio delle rose. 

 

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