LA STORIA DELLA FOTOGRAFIA

La Fotografia: Chi l’ha inventata ?    Secondo la definizione della Treccani sarebbe uno strumento capace di registrare il mondo circostante grazie all’effetto della luce che partendo dalle esperienze nate già nell’antica Grecia, si concretizzò agli inizi del 1800.  Successivamente realizzò la riproduzione del colore per giungere all’utilizzo di supporti digitali, imponendosi inoltre come mezzo artistico capace di supportare e affiancare le altre arti visuali. In un primo tempo si è affermata come raffigurazione del paesaggio e dell’architettura, per poi diventare il mezzo principale nella raffigurazione della nascente borghesia e del popolo. La sua diffusione crescente portò ad uno sviluppo della sensibilità estetica e all’indagine artistica del nuovo strumento, consentendone l’accesso nelle mostre e nei musei. Ebbe inoltre un ruolo fondamentale nello sviluppo del giornalismo e nel reportage ed il miglioramento della tecnologia contribuì alla cattura di immagini dello spazio e del micromondo; fu l’indispensabile premessa per la nascita del Cinema, della Televisione e della comunicazione globale in rete.  Alla luce di queste alte considerazioni possono essere considerate le prime fotografie le Ingenue, ma grandiose immagini dei contorni di una mano ottenute istantaneamente con una sputacchiata di ocra mista a saliva decine realizzate decine di migliaia d’anni fa?   Dopo un più che necessario momento di meditazione  si torna all’ ufficialità delle vicende che segnano la nascita di quella che in seguito sarà chiamata Fotografia: de date  cadono il 7 gennaio 1839, giorno in cui l’astronomo, parlamentare Francesco Arago l’annunciò all’Assemblea plenaria dell’Accademia delle Scienze e delle Arti di Parigi ed il 9 agosto, quando il procedimento di Daguerre venne svelato per intero, corredato da un atto legislativo con il quale il Governo Francese acquistava i diritti di sfruttamento del Dagherrotipo e li donava al Mondo.  Sin dal primo annuncio l’entusiasmo per il nuovo mezzo espressivo si diffuse ovunque in modo sorprendente; si pensi che pochi anni dopo, nella sola New York, erano già in piena attività un centinaio di atelier fotografici in cui si realizzavano Louis Mandè Daguerre Nicephore Niepce migliaia di dagherrotipi ogni giorno: “più che nell’intera Inghilterra” secondo un corsivista dell’epoca.  A divulgare la nuova moda dell’immagine reale, del ritratto fotogenico, del pennello solare (sono alcune definizioni della prima ora) furono soprattutto i pittori ritrattisti e miniaturisti, i quali, con grande tempestività, riconvertirono i loro atelier per lanciarsi nella sorprendente avventura tecnologica, timorosi di perdere l’affezionata clientela. Non a caso, inserivano i primi ritratti nelle stesse preziose custodie in pelle, sino ad allora destinate a incorniciare le miniature.  L’invenzione di Louis Jaques Mandé Daguerre e di Joseph Isidore Niepce figlio (succeduto al padre Nicephore, morto quattro anni prima,)consisteva soprattutto nell’essere riusciti a stabilizzare in qualche modo le immagini; risultato che i diversi aspiranti “padri” della sorprendente scoperta non erano stati capaci di ottenere se non in modo parziale, nei quarant’anni precedenti; anche perché del tutto ignari delle caratteristiche e della portata di ciò che stavano per inventare. Il supporto utilizzato da Daguerre era di rame argentato e sensibilizzato ai vapori di iodio per formare ioduro d’argento.   Occorreva impressionarlo successivamente all’interno della “chambre noire”, rivelarlo per ossidazione alle esalazioni di mercurio; quindi immergerlo in una soluzione di sale da cucina (sostituito dopo le prime difficoltà dall’iposolfito di sodio inventato vent’anni prima da Herschel) per fissare l’immagine ottenuta, abbattendo le sostanze sensibili non annerite.  Infine dopo un lavaggio in acqua distillata, un secondo rapido bagno nell’alcool per asciugarlo rapidamente, era pronto per la consegna al cliente; ben cento anni prima della Polaroid, ossia. dell’invenzione della foto a sviluppo immediato della prima metà del 900.  Gli inconvenienti del Dagherrotipo si rivelarono sin dall’inizio: erano quelli di fornire immagini uniche e non duplicabili se non per riproduzione; ma soprattutto erano speculari (la destra a sinistra e viceversa, per intenderci) proprio perché ricavate su una superficie riflettente. Infatti, la condizione migliore per osservarle era quella di non indossare vestiti bianchi o avere alle spalle fonti di luce tali da annullare il leggero strato ossidato, “un vero e proprio alito magico”, così tenue e delicato da dover essere subito sigillato e protetto da un vetro anteriore.  Lo scienziato americano Morse, presente in quei mesi a Parigi per illustrare la propria invenzione del telegrafo elettrico, definì con efficacia la scoperta, come “una brillante riedizione dell’uovo di Colombo”; negli stessi giorni, a Londra, Fox Talbot, del quale parleremo a lungo, si mordeva le dita per esser stato battuto sul filo di lana.  Infatti, lo scienziato inglese, da oltre una ventina d’anni, stava sperimentando le sue “mouse traps”, ossia le prime box fotografiche, riprendendo decine di immagini, ma senza riuscire a stabilizzarle che per poche ore.  In ogni caso, il precoce colpo di frusta imposto da Arago ebbe l’effetto di portare in evidenza nei quattro angoli del mondo nuovi nomi e personaggi, molti dei quali  erano  desiderosi, però, di vantare la loro primazia con procedimenti che  necessariamente dovevano differire da quello proposto da Daguerre.  L’annuncio del nuovo mezzo di espressione si tramutò in una colossale avventura industriale con tanta rapidità che nel 1847, poco meno di dieci anni dopo, nella sola Parigi si contò la vendita di oltre 2000 apparecchi fotografici e più di mezzo milione di lastre. In ossequio ad una legge di mercato, non scritta ma operante, ogni grande invenzione per i primi anni “parla” esclusivamente la lingua della nazione in cui è nata; di conseguenza i protofotografi di tutto il mondo, in preda a una vera e propria isteria, cominciarono a ordinare a Parigi fotocamere, obbiettivi e materiale sensibile riadattando i loro atelier di pittore, improvvisando sessioni itineranti di ritratto, annunciate da manifesti e strilloni.  Quelli meno dotati finanziariamente, trovarono invece più comodo, rapido ed economico rivolgersi al falegname sotto casa per indurlo a copiare i primi e più celebrati modelli, decisamente elementari nella loro semplicità costruttiva. Si trattava, in effetti di due cassette scorrevoli l’una dentro l’altra; erano, infatti, un adattamento della “camera obscura”, da almeno tre secoli abituale strumento dei pittori, i quali le sfruttavano per tracciare i contorni dei loro dipinti.  Nel 1853 non meno di diecimila dagherrotipisti americani scattarono ben tre milioni di immagini. I londinesi potevano già affittare un «atelier» corredato di ampie vetrate per scattare fotografie e dell’attrezzatura necessaria per svilupparle; inoltre l’Università di Londra già nel 1856 organizzava corsi  di fotografia.  Era nata una nuova professione, e fioriva un nuovo hobby capace di offrire grandi orizzonti espressivi con una inesauribile gamma di varianti; aperta a persone di ogni estrazione sociale, rendendo possibile anche a chi non fosse dotato delle doti naturali di saper dipingere, scolpire o concepire pagine alte, di riprodurre o “esprimere” la propria visione del mondo.  Come accade ancora oggi, molti fra i migliori fotografi cominciarono da dilettanti, rivelandosi in seguito veri professionisti dell’immagine.  I dagherrotipi risvegliarono l’interesse e la meraviglia della generalità del pubblico che affollava le sempre più frequenti dimostrazioni del procedimento. Grande era lo stupore per la fedeltà delle immagini, capaci di rendere quasi automaticamente ogni minimo particolare. Come conseguenza immediata, molti ipotizzarono l’eclissi della pittura o almeno un suo drastico ridimensionamento della sua diffusione.  ù Avvenne invece l’esatto contrario perché la nascita della fotografia favorì e liberò immensi spazi per l’innovazione della pittura i cui canoni, sino ad allora, erano  finalizzati in prevalenza a riproporre la realtà, permettendo la nascita di movimenti  come l’astrattismo, l’impressionismo, il cubismo, il dadaismo e via pintando.  La possibilità di catturare un paesaggio in pochi minuti e con una elevata quantità di particolari fece del dagherrotipo l’ideale strumento per ricercatori e viaggiatori. Particolarmente attivo fu l’editore Lerebours al quale pervennero immagini da molti paesi lontani, subito trasformate in acquetinte e pubblicato in serie sotto il titolo di Excursion daguerriennes. Nonostante questo successo editoriale, la dagherrotipia soprattutto nei primi momenti, rivelò inconvenienti notevoli nel ritrarre figure umane per la enorme lunghezza delle esposizioni, anche negli atelier più specializzati. Non era sufficiente neppure l’illuminazione del sole riflessa da specchi esterni  orientabili; il soggetto doveva essere immobilizzato a lungo con supporti adeguati ed un fermaglio posto dietro al collo per impedirne i movimenti, e permettergli di sopportare un’esposizione minima di otto minuti. Erano condizioni capestro per ottenere un dagherrotipo, in cui sovente gli occhi erano semi chiusi e l’espressione innaturale.  Il processo del Dagherrotipo obbligò anche il suo inventore a rimanere immobile per almeno otto minuti; tempo richiesto per ottenere i primi ritratti.  Solo nel 1840 Joseph Petzval un’ottico, matematico e fisico che lavorava per la Voigtländer progettò un’obiettivo doppio acromatico di luminosità f/3.4;   nello stesso periodo venne aumentata anche la sensibilità dei  dagherrotipi.  John Frederick Goddard usò a questo scopo i vapori di bromo, mentre Francois Antoine Claudet quelli di cloro riducendo l’esposizione a mezzo minuto.  Anche la precarietà del sottilissimo strato sensibile superficiale indotto sulla lamina argentata fu reso più resistente attraverso l’uso di cloruro d’oro da parte di Hippolyte  Fizeau, il quale ottenne anche di aumentare il contrasto dell’immagine.   Assieme al successo indubbio della nuova scoperta si accese anche una non ancora  sopita contesa su chi sia il reale inventore della fotografia fra i molti che se ne erano  occupati in precedenza.  Cominciano a nascere libri scritti più per smentire che per  affermare: la prima corposa opera è l’ Histoire du daguerréotype redatta dal figlio di Niépce, Isidore, pubblicata a Parigi nel 1841, due anni dopo l’annuncio
dell’invenzione, per  provare che il dagherrotipo era stato scoperto dal padre Nicéphore. Nasce da quel momento una specie di tradizione della storiografia fotografica il cui scopo prevalente sembra quello di demolire a prescindere, impedendo una corretta visione delle vicende e del divenire di un fenomeno industriale e culturale ormai solidamente affermato dappertutto nel mondo.  Nel 1867, con il roboante titolo La verité sur l’invention de la photographie Victor Fouqué, da alle stampe un libro in cui definisce  Daguerre come un lestofante, mentre la vittima dell’imbroglio sarebbe stato Niepce, il  vero scopritore del procedimento.  Va rilevato, al proposito, che ormai  il dagherrotipo era stato abbandonato da una quindicina di anni ed il metodo di ripresa  di Niepce non aveva mai rivelato la presenza di alcun seguace.    A questo punto, è necessario fermarsi, anche se il dagherrotipo, rimane una delle delle protofotografie più rilevanti ed a Daguerre va anche il merito di aver messo sul mercato il primo apparecchio fotografico, rimodulando la vecchia e multiforme Camera oscura, un attrezzo già da tempo largamente usato da pittori e paesaggisti per facilitare la composizione e la riproduzione di ambienti, persone ed oggetti.              In un necessario, ma breve excursus delle scoperte che precedono il fatidico gennaio del 1839  occorre premettere che già il filosofo Aristotele aveva osservato come la luce, passando attraverso un piccolo foro, proiettasse un’immagine circolare. Successivamente lo studioso arabo Alhazen Ibn Al-Haitham era giunto, (nel 1039), alle stesse conclusioni, definendo la scatola nella quale tutte le immagini potevano rivelarsi con il termine “camera obscura” Nel 1520 non poteva mancare l’inevitabile intervento sulla teorizzazione di questo fenomeno da parte di prezzemolino Leonardo Da Vinci, il quale annoto nel Codice  atlantico che praticando un foro in una stanza completamente oscurata, attraverso il quale si potesse intravvedere un paesaggio od una casa illuminata, si sarebbe ottenuta  un’immagine proiettata capovolta, all’interno del locale. Inoltre, nel 1515 Leonardo, studiando la riflessione della luce sulle superfici sferiche, l’aveva definita “Oculus Artificialis”.  Un apparecchio a foro stenopeico usato per studiare l’eclissi solare del 24 gennaio 1544, fu illustrato dallo scienziato olandese Rainer Geinma Frisius.   A Gerolamo Cardano è da attribuirsi l’utilizzo di una lente convessa per aumentare la luminosità dell’ immagine, nel 1550; è la nascita dell’obbiettivo.  Anche l’astronomo Gianbattista della Porta intervenne a questo titolo nel suo Magiae Naturalis del 1558 descrivendo la Camera obscura ed enumerando le sue qualità.  Per renderla più portatile,  usa il tipo di lente piano convessa da collocare sul foro anteriore per concentrare il fascio luminoso e diminuire le dimensioni dell’attrezzo.  Il veneziano Daniele Barbaro, nel 1568, utilizzò una sorta di diaframma di diametro inferiore a quello della lente per ridurre le aberrazioni.    Nel 1590 sono documentate le prime applicazioni pratiche della camera obscura, utilizzata da artisti per riprodurre più agevolmente i soggetti inquadrati ricalcandone le forme e per ovviare alle difficoltà di una corretta visione prospettica. Il primo intervento della chimica risalirebbe però al Medioevo ed ai tanto bistrattati alchimisti, probabilmente dei più indigenti che lavorarono con l’argento  non potendo disporre dell’oro: questi crearono il cloro per caso scaldando del sale e si resero conto, sempre fortuitamente, che combinando il cloro con l’argento si formava una sostanza bianca, al buio, ma viola scuro alla luce diretta del sole.  Avevano scoperto il cloruro d’argento, ossia il primo composto fotosensibile.  In seguito, nel 1667, l’inglese Boyle notò lo stesso comportamento nel clorato d’argento.  Catturare la luce richiese però una più profonda comprensione dei materiali  fotosensibili, che non furono studiati fino al 1727, quando lo scienziato tedesco  Johann Heinrich Schulze, durante alcuni esperimenti con carbonato di calcio, acqua regia, acido nitrico e argento, scoprì che il composto risultante, ossia il nitrato d’argento, reagiva alla luce. Si accorse che la sostanza non si modificava se esposta ai bagliori del fuoco, ma diveniva rosso scura se colpita dalla luce del sole, proprio come succede per la maggior parte delle pellicole e carte in bianco e nero basate sugli alogenuri argentici non modificati.  Schulze ripeté l’esperimento riempiendo una bottiglia di vetro che, dopo l’esposizione alla luce, si scurì solo nel lato illuminato. Chiamò la sostanza scotophorus, (portatore di tenebre). Una volta pubblicati, gli studi di Schulze provocarono vivo fermento nell’ambiente della ricerca scientifica.  Nel 1780 il chimico Jacques Charles cosparse con una soluzione di cloruro d’argento un foglio di carta e vi sovrappone alcuni oggetti opachi. Le immagini che ottiene erano delle silhouette che svanivano esponendole alla luce.   Nei primi anni dell’Ottocento l’inglese Thomas Wedgwood, appartenente ad  una famiglia di ceramisti inglesi proprietari di una celebre ditta ancora oggi sul mercato, sperimentò l’utilizzo del nitrato d’argento per rendere sensibili le superfici di ceramica, fogli di  carta o pezzetti di cuoio da esporre alla luce solare dopo avervi deposto piccoli oggetti. Si accorse che dove la luce la colpiva il substrato si anneriva, mentre rimaneva chiaro nelle zone coperte dagli oggetti.  Tutte le immagini, però, non perdevano rapidamente il contrasto se mantenute alla luce, mentre riposti all’oscuro potevano essere viste per qualche tempo al lume di candela.  Wedgwood ripeté gli esperimenti anche con fogli all’interno di una camera obscura senza risultati. A causa della salute cagionevole non poté proseguire negli studi che nel 1802 vennero però documentati dall’amico Sir Humphry Davy sul “Journal of the Royal Institution of Great Britain“, con l’annotazione che però restava ancora ignoto il procedimento utile per interrompere il processo di sensibilizzazione. Inoltre, la corrispondenza tra Wedgwood e James Watt, fa ritenere che nel periodo compreso fra il 1790 – 1791 sia avvenuta la prima impressione di un’immagine chimica su carta.    Che un trattamento di fissaggio fosse decisivo per mantenere visibili i disegni  fotogenici era una solenne affermazione di Humphry Davy, chimico ed l’inventore  della lampada di sicurezza per i minatori. Come gli altri Davy aveva constatato che con la luce si ottenevano immagini: “Ora non manca che un mezzo per impedire che le parti chiare della figura siano successivamente scurite dalla luce del giorno.  Ottenuto questo risultato il procedimento potrà risultare tanto utile quanto semplice,  ma per adesso è necessario custodire al buio l’immagine, che si può osservare solo in penombra ed ancora per breve tempo. Ho cercato in tutti i modi– aggiunse Davy nella  sua memoria- di impedire alle parti incolori di annerire alla luce.” Fino a questo punto va notato che allude alla stampa fotografica di immagini per contatto. “Quanto alle immagini della camera oscura– dice in seguito- senza dubbio sono troppo poco luminose e non sono riuscito ad ottenere una figura apprezzabile. Comunque è in questa direzione il vero interesse di queste mie ricerche.”  Da queste note, che sono ripetiamo del primo 1800, ben prima della scoperta di Daguerre  e della prima fotografia di Niépce, si ricava che siamo ancora ben lontani dal poter definire questi abili ricercatori in grado di prefigurare la fenomenale scoperta alla quale stavano andando incontro. Sono le spie di un fermento che serpeggia in molti luoghi; della presenza di studiosi forniti di maggiore o minore spessore scientifico, interessati alla realizzazione in modo più o meno automatico di matrici per la stampa tipografica,  istantanee e realistiche, della conservazione perenne di quanto si cominciava ad osservare nella profondità di un microscopio o nell’immensità dei cieli.  Un caso limite è quello dell’ incisore e disegnatore grafico Nicephore Niépce,  il quale  nel  1816,  comincia ad impegnarsi nella ricerca di un cliché istantaneo, ottenendo una stampa per contatto con la sovrapposizione di una  un’incisione su una lastra cosparsa da bitume di Giudea.  Dieci anni dopo, nel 1826, riuscirà a realizzare, dalla finestra del suo studio, quella che viene ritenuta la più antica immagine ancora oggi conservata, la cui esposizione richiese oltre otto lunghe ore. Torniamo al 1819; è l’anno in cui l’astronomo, chimico, filosofo Herschel lavorando sui composti di sodio, scopre che, in particolare quello chiamato iposolfito, è in grado di arrestare l’azione scurente della luce sui sali d’argento,  imponendosi quale inventore del fissaggio fotografico.  Il 1824 segna l’epoca in cui Daguerre, pittore vedutista ed inventore del Diorama, con la La Camera  inizia i primi esperimenti sulla cattura delle immagini. Nell”anno 1834, Talbot, da decenni impegnato nella ricerca compie esperienze sull’immagine latente che viene rapidamente rivelata per mezzo di un trattamento chimico; in sostanza è il primo esempio di quel processo che in seguito si chiamerà sviluppo. Il 1839, come già sappiamo, tra gennaio e Agosto è l’anno in cui l’Accademia di Francia rende noto al mondo il metodo di Daguerre: non è, ripetiamo, la nascita ufficiale della Fotografia, ma del Dagherrotipo.  Talbot, nel 1841, porta a termine le sue esperienze sulla Calotipia. La tecnica del calotipo, detto anche talbotipo, consisteva nell’utilizzare della carta resa trasparente dalla paraffina e sensibilizzata con bagni in soluzioni di cloruro di sodio e nitrato d’argento. Una volta esposta l’immagine veniva sviluppata con acido pirogallico. Il risultato ottenuto è un negativo dal quale sarà possibile ottenere un numero illimitato di copie. La qualità, però, quanto a nitidezza, non si rivela ancora al livello del dagherrotipo. Tre anni dopo Talbot da alle stampe il primo fotolibro dal titolo “The pencil of nature“.  Nel 1847 Niepce De Saint Victor (nipote di Nicephore) descrive il metodo  fotografico dell’albumina lanciando le prime lastre di vetro sensibilizzate.  Nel 1850 viene introdotto il procedimento al collodio umido che sostituirà in breve tempo la dagherrotipia e calotipia. Il procedimento al collodio (composto da nitrocellulosa, etere ed alcol) consisteva nel mescolarlo a ioduro di potassio e stenderlo su una lastra di vetro che verrà immersa in un bagno di acqua distillata e nitrato d’argento per sensibilizzarla. Usata quando è ancora umida permetterà dei tempi esposizione anche di frazioni di secondo. Lo sviluppo veniva fatto con acido  pirogallico, il fissaggio con iposolfito. Nel 1869 viene brevettato il metodo Archer-Frey per la fotografia al collodio secco e viene dato alla stampa un libro: “I colori della fotografia: soluzione di un problema“. L’autore è Louis Doucros de Hauron Nel 1871 la gelatina sostituisce il collodio, e le lastre cosi realizzate potranno essere usate asciutte e permettere tempi di esposizione di 1/25 di secondo Nel 1873 Leon Vidal ottiene immagini a colori con un procedimento chiamato “fotocromia a colori indiretti“. Nel 1874 inizia la produzione e la vendita di una pellicola fotografica a base di gelatina e bromuro d’argento. George Eastman fonda nel 1888 la più grande industria fotografica la “KODAK”, e realizza il primo rullo fotografico basato su celluloide che permette di ottenere ventiquattro immagini 10×12.5 cm.; i rulli esposti con un apparecchio della stessa casa vengono, dalla Kodak, sviluppati e stampati, rendendo la fotografia accessibile a chiunque; il suo motto era “Voi premete il bottone, noi facciamo il resto“. Nel 1904, fratelli Lumiere brevettano il sistema “autocrome” nasce la fotografia a colori diretti quasi in contemporanea con la deflagrazione del Cinema. Sigillo della prima serie di camere di Daguerre e di Alphonse Giroux . Il resto è storia recente ed impegnativa per la grande quantità di innovazioni che la Fotografia, ormai affermata nelle sue linee principali, sforna a getto continuo; vale però la pena di ritornare al suo anno zero per approfondire anche se limitatamente, il  vorticoso svolgersi del processo e conoscere gli effettivi meriti dei protagonisti di quella che è stata definita la Civiltà dell’immagine.  In molti testi di storia della Fotografia si legge che il primo posto in ordine cronologico, sembrerebbe dovuto ad personaggio sin qui non citato: il Rev. Joseph Bancroft Reade.  Nel 1837, a questo venerabile sacerdote, interessato a lavorare con il microscopio, si sarebbe prospettata la necessità di usare le proprietà dei sali d’argento, al fine di ottenere una copia di quanto aveva visto con i propri occhi.  In una lettera a Brayley del 9 marzo 1839, comunica che queste osservazioni sono state fissate con iposolfito di soda. Questa lettera era stata ritenuta estremamente importante per le cose interessanti che rivela, facendo scoprire che Reade faceva già da tempo, ed autonomamente, uso corrente dell’iposolfito per conservare le sue documentazioni; come vedremo Sir John Herschel lo suggerì a Talbot il 28 febbraio 1839.  Il fatto nuovo, anche se emerso nel marzo del 1971 consiste nella costatazione di un errore di data che posticipa di due anni l’episodio; ponendolo, quindi, dopo la scoperta e la pubblicazione del metodo calotipico.    Nella controversa Storia della fotografia si verificano anche fatti che obbligano a continue marce indietro. Nicéphore Niépce si interessava in quegli anni della litografia, recente scoperta tipografica di allora, ed approfondì gli studi alla ricerca di una sostanza che potesse impressionarsi alla luce in maniera esatta, mantenendo il risultato nel tempo. Joseph Niépce scrisse al fratello Claude del suo ultimo esperimento riguardante un foglio bagnato di cloruro d’argento ed esposto alla luce all’interno di una piccola camera oscura dove l’immagine risultante apparve invertita, con gli oggetti bianchi su fondo nero. L’immagine in negativo non soddisfece Niépce, che proseguì la ricerca di un procedimento per ottenere direttamente un positivo. Poiché il bitume di Giudea era sensibile alla luce e lo utilizzò nel 1822 per produrre delle copie di una incisione del cardinale di Reims, Georges I d’Amboise. Questo tipo di asfalto è normalmente solubile nell’olio di lavanda, ma quando viene esposto alla luce si indurisce. Per ottenere la famosa veduta dalla finestra della sua tenuta di Le Gras a Saint-Loup-de-Varennes Niepce aveva spalmato una lastra di peltro con bitume di Giudea sciolto in olio di lavanda; la sostanza si solidificò nelle parti colpite dalla luce mentre poté esser eliminata nelle zone scure. Il successivo lavaggio con una soluzione di acquaragia con olio di lavanda eliminò, quindi, la parte non indurita, rivelando un’immagine positiva diretta: le ombre segnate dal peltro nudo mentre il bitume residuo e sbiancato faceva risaltare le luci. Questo metodo fu chiamato da Niépce stesso eliografia, per sottolineare l’azione del sole.   A causa della lunghissima esposizione necessaria, fino a otto ore, le riprese all’esterno furono alterate dal sole che colpisce tutte le pareti nell’arco della giornata, rendendo l’immagine non reale. Maggior successo ebbero le successive eliografie realizzate con luce fissa, in interni, e con il bitume di Giudea spalmato su lastre di vetro.  A Londra Niépce presentò il processo eliografico alla Royal Society, ma la comunicazione non venne accettata perché Niépce fu ritenuto reticente in quanto si rifiutò di rivelare tutti i passaggi del procedimento. Tornato a Parigi e si mise in contatto con Daguerre, che aveva conosciuto tramite l’ottico Charles Chevalier, fornitore di entrambi per gli obiettivi da usare nella camera obscura.   Louis Mandé Daguerre, era allora un pittore di un certo rilievo, che aveva ottenuto un notevole successo con il diorama, un apparato scenografico composto da enormi dipinti circolari. Daguerre, per realizzarli aveva approfondito le sue conoscenze nell’uso della camera obscura, esperienze che gli risultarono assai preziose nella progettazione della prima fotocamera.  Nel dicembre 1829 Niepce e Daguerre raggiunsero un accordo contrattuale, valido dieci anni, per mettere in comune il frutto delle rispettive ricerche. A questo proposito c’è da sottolineare che la trattativa si protrasse a lungo per stabilire anzitutto le modalità con le quali doveva avvenire la rivelazione dei rispettivi segreti, più presunti che reali, quindi con la ripartizione dei proventi, Dalle carte, non emergono notizie di come rimasero, se soddisfatti o delusi, quando calarono le carte sul tavolo e si accorsero di non possedere elementi non risolutivi   La Storia ci racconta che quattro anni dopo, nel 1833, Niépce morì senza aver potuto concludere e pubblicare il procedimento. Daguerre proseguì le ricerche e, in pochi anni fu in grado di ritrarre una natura morta di grande pregio. Il nuovo procedimento si differenzia enormemente rispetto a quello escogitato da Niépce senior, tanto da ritenere giustificata la rivendicazione della titolarità di Daguerre, tanto più che il figlio Isidore aveva sostituito il padre nella società, ma senza fornire alcun reale contributo. Daguerre modificò il contratto imponendo il proprio nome all’ invenzione, anche se mantenne intatto il contributo per il socio Niepce junior, il quale firmò la modifica pur ritenendo ingiusto il nuovo nome.  In cerca di fondi, Daguerre fu contattato da François Arago, il quale gli propose l’acquisto del procedimento da parte dello Stato ed in breve la scoperta di una tecnica per dipingere con la luce, fu resa nota con toni entusiastici il 6 gennaio 1839 sul quotidiano Gazette de France ed il 19 gennaio nel Literary Gazette.   Il procedimento fu solennemente certificato il 19 agosto 1839, quando, in una riunione dell’Accademia delle Scienze e dell’Accademia delle Belle arti, venne presentato nei particolari tecnici all’assemblea e alla folla radunatesi all’esterno.  Arago illustrò con toni solenni la storia e la tecnica del processo dagherrotipico; fu letta una comunicazione del pittore Paul Delaroche, nella quale si esaltava la qualità del nuovo mezzo di espressione, la fedeltà dei dettagli dell’immagine e si rassicuravano pittori, miniaturisti ed incisori. Non dovevano, insomma, sentirsi messi da parte dal dagherrotipo, ma al contrario facilitati nella realizzazione e nell’analisi dei soggetti. La dotta relazione terminò con questa frase di Delaroche: “Per concludere, la mirabile scoperta di monsieur Daguerre ha reso un servizio immenso alle arti.”    In contemporanea Daguerre pubblicò un manuale dal titolo Historique et description des procédés du daguerréotype, tradotto in tutto il mondo e dopo un solo mese anche in Italia, a Genova, da parte dell’editore Antoine Boeuf, Il manuale, conteneva la descrizione dell’intero processo chiamato della dagherrotipia. Con il cognato Alphonse Giroux, Daguerre si accordò per la fabbricazione delle camere oscure necessarie. Costruite in legno, furono provviste delle lenti acromatiche progettate da Chevalier nel 1829. Questi obiettivi avevano una lunghezza focale di 40,6 cm e una luminosità di f/16. Il costo della prima fotocamera era di circa 400 franchi e tuttora viene fedelmente replicata periodicamente per i collezionisti il cui prezzo si aggira attorno ai 3000€.  Anche se il procedimento fu reso pubblico in Francia, Daguerre acquisì un brevetto in Inghilterra, con il quale impose delle licenze per l’utilizzo della sua scoperta.  Recenti acquisizioni di documenti hanno fatto emergere dalle ombre, una figura di significativa importanza per spiegare il fatto sconcertante che Daguerre dichiarò in un primo momento di fissare le sue immagini con una soluzione concentrata di sale comune, non particolarmente efficace, e sia ricorso,  dopo pochi mesi, all’iposolfito. Gli studiosi la spiegano così: Daguerre potrebbe aver usufruito, senza dichiararlo di altrui esperienze venute alla luce in occasione delle periodiche riunioni scientifiche.  All’annuncio di Arago sull’invenzione, Talbot fu tra coloro che reclamarono la paternità del vero sistema per ottenere immagini attraverso l’azione diretta della luce.  In realtà, il suo fu l’unico procedimento che si pose in solida alternativa al dagherrotipo e Talbot è giustamente considerato dalla storia come il primo inventore del  meccanismo positivo/negativo anche se non fu lui, ma Herschel a denominarli così.  Ricercatore, fotografo e inventore inglese, Talbot fu il più assiduo e coerente precursore della fotografia intesa come immagine non più tracciata dalla mano di un uomo, ma ricavata con l’utilizzo di una tecnologia. Grazie alla sua scoperta, Talbot fece accantonare i canoni tradizionali legati alla produzione di immagini, fino a quel momento definibili unicamente come raffigurazione pittorica del mondo reale. Infatti, Talbot aveva praticato a lungo la tecnica dell’acquerello, salvo poi giudicarla incapace di rappresentare la realtà nella sua interezza. Si accinse quindi a percorrere  quella che definisce la “strada della luce”, decidendo di utilizzarne la potenzialità per creare immagini. Era in buona compagnia perché in quel periodo, ed in diverse parti del mondo, lo stesso pungolo aveva colpito schiere di ricercatori intraprendenti nell’avventura di ottenere immagini “foto-chimiche”.   Anche per Talbot, il primo gradino della scalata coincise con i tentativi di rendere sensibile alla luce un comune foglio di carta da scrivere, immerso in una soluzione di sale mescolato a nitrato d’argento.  In tal modo realizzò la sua prima icona negativa, ripetendo il gesto di posare una foglia sul foglio esposto ai raggi solari, battezzando questa tecnica Sciadography, in italiano Ombrografia. I passi successivi dei suoi studi lo indussero a ricercare la stabilità dell’immagine nel tempo, ideando un  percorso adatto a renderla più ricettiva alla luce in un primo stadio, ma successivamente impermeabile alla  sua influenza. La stabilità dell’immagine coincideva con il tentativo di bloccare il successivo annerimento, rendendola permanente, grazie al lavaggio della della carta impressionata, con una forte concentrazione di sale. Durante il 1835, considerato l’anno di nascita del negativo fotografico, Talbot fu costantemente impegnato in studi e sperimentazioni chimiche relative alla qualità dei sali sali d’argento da impiegare, sulle concentrazioni più opportune ma soprattutto sulle differenti procedure per eliminare, nella fase di lavaggio l’argento non ossidato.  William Henry Fox Talbot non interruppe i suoi tentativi neanche dopo lo sconvolgente, soprattutto per lui, momento iniziale dell’anno 1839 susseguente all’annuncio di Daguerre, quando entra in possesso di nuove conoscenze ed esperienze che si riveleranno fondamentali per il futuro della fotografia. Grazie ad Herschel apprese le proprietà fissative del tiosolfato o iposolfito di sodio e quindi si trova finalmente in possesso di un metodo assolutamente sicuro per arrestare il processo di annerimento dei sali d’argento e rendere definitive e stabili le immagini prodotte sulla carta dopo essere stata sensibilizzata e successivamente impressionata.  Dai primi mesi del 1839 continua a rivolgere la sua attenzione a nuovi materiali fotosensibili e ancora una volta la sua costante tenacia gli consente un significativo successo. Fra gli elementi sensibilizzanti che analizza, il nitrato d’argento ed il  bromuro di potassio, si determina una reazione chimica che da origine alla formazione del bromuro d’argento; ha prodotto, cioè, il più reattivo fra gli alogenuri d’argento, utilizzato, da quel momento,  come uno degli ingredienti indispensabili  nelle emulsioni  fotografiche  prodotte dalla nascente industria del settore.  Il massimo risultato lo ottiene quando usa tale procedimento su fogli di carta già trattati con il vecchio metodo al cloruro d’argento. Il risultato è talmente incoraggiante che Talbot, negli appunti che descrivono minuziosamente i suoi tentativi, dà a questo tipo di carta sensibile il nome di Waterloo paper, anche se non renderà mai pubblica questa denominazione. Il significato è molto chiaro se si pensa che il suo “avversario” è francese ed è a Waterloo che dall’inglese Wellington fu sconfitto definitivamente Napoleone.  In sostanza si allunga di un altro po’ simbolicamente la  mai sopita guerra dei cent’anni. Gli esperimenti comunque non si fermano e anche questo prodotto, per quanto sensibile, viene rapidamente superato da nuove formule, ma soprattutto dall’uso  dell’acido gallico, ottenuto dall’infusione delle galle che si formano sui tronchi o sulle foglie di diverse specie vegetali a causa della parassitosi di funghi o batteri.  Già si è detto che lo stesso Herschel ne aveva scoperto le proprietà, ritenendolo  capace di intensificare la fotosensibilità dei sali d’argento, ma sono anche le prove eseguite da un altro protofotografo meno noto, lo scienziato inglese Joseph B. Reade, a renderlo consapevole dell’importanza di questo prodotto, come abbiamo visto in precedenza.  Gli esperimenti condotti faranno scoprire a Talbot che l’acido gallico non intensifica  la sensibilità, ma in realtà accelera in maniera decisiva l’apparizione dell’immagine prodotta dalla camera oscura, cioè si comporta da agente rivelatore, quello che comunemente è chiamato uno sviluppo.  Henry Fox Talbot può quindi vantare a pieno titolo una legittima priorità “fotografica” quando afferma che già nel precedente 1833 aveva esposto al sole una  foglia a contatto con carta imbevuta in soluzione di sale da cucina e nitrato d’argento, ottenendone un disegno bianco su fondo nero, che consideriamo il primo vero “negativo” a contatto del soggetto.  Quindi, nell’estate 1835, nella propria residenza di Lacock Abbey, nel Wiltshire, dove ora ha sede un museo a lui intitolato, aveva esposto il suo materiale sensibile alla luce Visualizza articolo (carta al nitrato e cloruro d’argento) con una piccola camera obscura dotata di obiettivo, ottenendo il negativo (di circa 6x6cm) di una finestra, che oggi conteggiamo come prima immagine negativa. Lo definisce “disegno fotogenico”, e sarà chiamato calotipia quando verrà depositato  il brevetto (1841); allo stesso momento, rivela la possibilità di ottenere copie positive in quantità, stampando nuovamente a contatto, carta su carta, il negativo originario. Il ventinove gennaio 1839, William Henry Fox Talbot scrive una lettera  all’accademico François Arago, padrino di Daguerre, nella quale rivendica la priorità dei propri esperimenti; e il successivo trentuno gennaio tiene una relazione sui suoi disegni fotogenici alla Royal Society, dopo che il precedente venticinque gennaio Michael Faraday, al quale si deve la scoperta dell’induzione elettromagnetica, li aveva già mostrati ai membri della Royal Institution.  Curiosamente, la relazione della seduta del trentuno gennaio precede la pubblicazione del manuale di Daguerre, dell’agosto 1839, in coincidenza con la presentazione ufficiale del diciannove del mese, in una seduta pubblica dell’Accademia delle Scienze di Parigi con le Accademie Francesi delle Belle Arti (Historique ed Description des procédés du Daguerréotype et du Diorama, realizzato in parecchie edizioni immediatamente successive e subito tradotto in inglese, tedesco, spagnolo, svedese e italiano), offrendosi come primo testo di “fotografia”.  Più volte si è parlato di John Frederick William Herschel, al quale va attribuito il merito di scopritore del primo procedimento negativo-positivo che si forma e si  osserva durante l’esposizione. Nel 1839, epoca in cui si diffonde la notizia dei primi  clamorosi eventi fotografici, Sir John Herschel aveva appena compiuto 47 anni,  godeva di grande prestigio personale ed era uno dei pochi figli d’arte della Storia ad  eguagliare, se non superare i grandi meriti paterni.  Frederick William Herschel senior, era il famoso fondatore della moderna astronomia stellare; nel 1789 aveva realizzato e progettato un monumentale telescopio di oltre  tredici metri con il quale aveva scoperto la nebulosa di Orione, il pianeta Urano e due suoi satelliti; inoltre, aveva documentato che la Via Lattea non è composta da polvere di stelle, ma da una infinita quantità di sistemi solari.  Herschel junior, alternava, con profitto, le ricerche astronomiche ad approfondite escursioni nel campo della matematica, fisica e chimica, dove aveva isolato nuove sostanze; fra queste l’iposolfito di sodio, tuttora universalmente utilizzato nei bagni di John Frederick William Herschel.  Nei primi giorni dell’anno 1839, era appena rientrato dal Capo di Buona Speranza  fissaggio fotografico, anche delle attuali carte fotografiche a colori. dove aveva trascorso 40 mesi ad esplorare e disegnare la mappa del cielo australe. Si comprende così perché il coinvolgimento di Herschel in questioni fotografiche non sia arbitrario e casuale.  Anzi, è proprio la sua statura di infaticabile scienziato a tutto tondo, quella che vede accendersi il suo interesse, non tanto per l’invenzione di Daguerre, quanto per la sgangherata e pompieristica enfasi con la quale ne viene dato l’annuncio sulla stampa. In particolare di come viene riportata sulla “Gazette de France” del 6 gennaio in in un articolo firmato da certo H. Gaucheraud che usa termini molto dubbi dal punto di vista scientifico: “Una importante scoperta è stata fatta dal signor Daguerre, il famoso pittore dei Diorama, che sembra prodigiosa e sconvolge tutte le teorie scientifiche relative alla luce e all’ottica. Se verrà confermata provocherà altresì una rivoluzione nelle arti del disegno. Il signor Daguerre ha trovato il modo di rendere stabili le immagini che si formano sul fondo della camera oscura. Queste  immagini, cioè, non saranno più la temporanea riflessione degli oggetti, ma risulteranno fissate e durevolmente impresse, e potranno venire rimosse e allontanate dagli oggetti, come se fossero disegni o incisioni.”  L’articolo proseguiva affermando che l’invenzione aveva destato la meraviglia di scienziati come Biot e Von Humboldt, che l’avevano subito avallata, aggiungendo che Arago si apprestava a darne comunicazione all’Accademia delle Scienze di Francia. Sir Herschel deve esser stato colpito in particolare nell’affermazione che la scoperta di Daguerre avrebbe sconvolto “ le arti del disegno e tutte le teorie scientifiche relative alla luce e all’ottica“. Una vera e propria invasione di campo nel settore in cui era coinvolta l’astronomia telescopica, ossia la specialità di Herschel, che si sentì subito coinvolto.  Riprese subito l’esame delle sue esperienze passate sul comportamenti delle sostanze sensibili alla luce come i sali d’argento ormai patrimonio acquisito di tutti i chimici. Era lui, lo scopritore dell’iposolfito isolato sin dal 1819, la cui azione era la chiave di volta per affermare definitivamente il processo fotografico. Ecco la cronaca due giorni di esperienza desunta dal diario di laboratorio visibile al Museo della Scienza di Londra.  Il 29 gennaio Herschel annota sotto il titolo Esperimento N.1012, come dopo avere inumidito diversi fogli di carta con soluzioni di cloruro, nitrato, carbonato, acetato d’argento li abbia esposti alla luce dopo averne protetto una parte fra le pagine di un libro. La parte illuminata dei diversi fogli cominciò ad annerire progressivamente a vista d’occhio, ma con tempi differenti come avevano constatato, sconsolatamente, tutti i ricercatori nei trent’anni passati. Questa prima mossa di Herschel intendeva verificare quale fosse il sale più reattivo alla luce e la scelta cadde sul nitrato d’argento; da quel momento, il composto si guadagnerà il posto fisso nella produzione industriale della filiera.  Acquisito questo dato, Herschel compì l’esperimento successivo, il n. 1013, collaudando l’efficacia del suo fissaggio; dopodiché, testualmente, annotò quanto segue: “Provato l’iposolfito di sodio per arrestare l’azione della luce, eliminando con il lavaggio tutto il cloruro d’argento o altro sale di argento. Riuscito perfettamente!.   Carta metà esposta e metà protetta dalla luce con copertina di cartone, poi tolta dalla luce e spruzzata con iposolfito di sodio e quindi lavata bene con acqua pura. Fatta asciugare e poi esposta di nuovo. La metà scurita rimane scura. La metà bianca rimane bianca dopo qualsiasi durata di esposizione, come se la carta fosse colorata in seppia“.  Il giorno dopo Herschel, sistemò la carta sensibilizzata in una camera obscura per fotografare l’oggetto al quale era più legato, ossia il suo telescopio. Nel diario di laboratorio descrive l’immagine negativa come una sagoma in controluce, “bianca su un fondo seppia- e prosegue annotando- In tal modo il segreto di Daguerre è svelato!.”  Secondo gli storici della fotografia questa affermazione è l’unico errore commesso dallo scienziato, perché Herschel non aveva solo risolto un mistero; aveva inventato la vera fotografia dimostrando, nello stesso tempo, che le teorie scientifiche sulla luce e sull’ottica rimanevano intatte.  Dopo soli due giorni ricevette a casa sua William Henry Fox Talbot, ancora frastornato dalla daguerromania montante e dal fatto di aver mancato per un soffio la conclusione di un ciclo di ricerche durato trent’anni. Herschel, senza esitare comunicò al collega e consocio della Royal Society i risultati dei suoi esperimenti di ventiquattrore prima. Talbot aveva portato con sé, riparato fra le pagine di un libro, un foglio sensibile già impressionato nella camera oscura; invitò Herschel a rifare l’esperimento di fissaggio: A parlare è ancora il diario di laboratorio: ”In due minuti, gli ho restituito il suo campione mezzo lavato e mezzo no nell’iposolfito. Dopo averlo esposto alla luce, la parte fissata è rimasta com’era, l’altra si è incupita rapidamente diventando alla fine completamente nera.”   Il fissaggio di Herschel resta ancor oggi alla base della fotografia negativa-positiva e del resto è significativa anche la rapidità con la quale lo stesso Daguerre lo adottò, senza commenti, cestinando le sostanze fissanti che aveva appena indicato solennemente. Dopo alcuno settimane Talbot ed Herschel resero pubblica la scoperta denominandola del “fotogenico dipinto”.  Ad Herschel viene attribuita anche l’introduzione dei termini negativo e positivo; sino ad allora usati come semplici aggettivi.  Sempre nel diario si Herschel si leggono per la prima volta le parole fotografia, positivo e negativo; inoltre nelle settimane seguenti mise il suo cappello anche su un nuovo procedimento chiamato cianotipia, o cianografia, ancora oggi usato per la copiatura di disegni tecnici e stampe al tratto su carta sensibilizzata con il ferrocianuro di potassio.  Altri nomi che saltarono fuori fra i rivendicatori di un posto fra i Padri della fotografia sono quelli dei francesi Lassaigne, Vérignon, e soprattutto di di Hippolyte Bayard, un impiegato dello Stato francese, ma i loro processi sono così strettamente analoghi da far sembrare perlomeno miracoloso il fatto che possano averli ispirato tutti e tre nello stesso tempo.  I primi due personaggi sono scomparsi senza lasciar traccia se non il loro solo nome nella storia della fotografia. Tutti assieme, i loro procedimenti sono accennati in una lettera all’ Académie des Sciences del 1840; vi si descrive la nascita del processo prima dell’ 8 aprile 1839, ed il metodo è stato pubblicato nel numero di luglio del Journal des connaissances necessaire di Chevallier, e nell’ Echo du Monde Savant ‘ il 10 aprile 1839.  Tutti e tre hanno usato come supporto carta sensibilizzata in qualche modo con il cloruro d’argento, successivamente annerito con una esposizione al sole, ottenendo una ricca tonalità viola. Il foglio è stato quindi immerso in una soluzione di ioduro.  Sotto l’azione dei raggi luminosi la decolorazione avvenuta in base alla forza della  luce, producendo un positivo diretto. La cosa sorprendente a proposito di Bayard è che, dopo aver sentito parlare del metodo di Daguerre, riprese nuovamente in mano il suo precedente lavoro e, nel breve spazio di tempo intercorso tra il 20 gennaio e il 5 febbraio, data in cui mostrò le sue prime immagini a Desprets dell’Istituto, sia riuscito a perfezionare un processo innovativo. Bayard aveva, senza dubbio, già svolto un lungo lavoro in questo campo e, successivamente, per ignote ragioni, non avrebbe dato seguito ai suoi primi tentativi.  Questa potrebbe essere l’unica ragione che riesce a spiegare come abbia concluso un processo completo in soli 17 giorni.  Bayard visse fino al 1887 e fu reiteratamente invitato a rivelare il suo metodo ma, non l’ha mai voluto o potuto fare. Quello che di lui si sa proviene dai suoi contemporanei e e le collezioni della Société Française de Photographie dimostrano che il processo di Bayard era praticabile, ma inadatto ad essere trasferito in un processo industriale e quindi senza speranza. E’ dovuto passare più di un secolo perché la storia di Bayard fosse pubblicata nel 1943 e venissero alla luce i suoi tormentati rapporti con Arago al quale si rivolse nei giorni successivi al primo annuncio del 7 gennaio 1839 mostrandogli le immagini dei disegni fotogenici su carta eseguite nei mesi precedenti, che aveva addirittura esposti in una mostra. L’autore del libro,  Lo Duca, propone Bayard come il primo ad avere ottenuto disegni fotogenici, ed in questo senso sarebbe il vero inventore della fotografia. Emergono anche le manovre con le quali il celebre astronomo Arago, il patron di Daguerre, avrebbe maneggiato gli eventi  pur essendo perfettamente al corrente delle ragioni addotte da Bayard, letteralmente messo a tacere con la scusa che la fotografia sulla carta aveva scarso valore, e tacitato con una mancia di seicento franchi “perché si acquistasse una bella camera oscura.”  Tutto questo per evitare di compromettere  le  celebrazioni previste dal programma ufficiale, ed approfittando che Bayard era un dipendente statale, quindi obbligato a non frapporre disturbi.  La protesta muta dello sfortunato protofotografo non si fece attendere e fu affidata ad un terrificante autoritratto dove si finge morto, annegato e putrefatto, corredato da una polemica didascalia in cui fra l’altro si legge: “Questo che vedete è il cadavere di Bayard, inventore del procedimento che avete appena conosciuto e di cui finirete per apprezzare i meravigliosi risultati... Ebbe molti riconoscimenti ma nemmeno una lira. Il governo, che ha fatto anche troppo per Daguerre, ha detto di non poter far nulla per Bayard, che si è gettato in acqua per la disperazione. Oh! umana incostanza: artisti, scienziati e giornalisti non vanno nemmeno a riconoscerlo all’obitorio e nessuno lo reclama… Passiamo avanti, per non offenderci l’olfatto: avrete infatti notato che questo signore comincia a piazzare!…”.  

I testi recenti non possono negare i suoi primati, e vale per tutti il seguente giudizio “.Bayard era un timido: quando mostra le sue ricerche al rappresentante del governo francese essendo questi un amico di Daguerre lo convince a stare zitto. L’anno seguente, allorché Bayard si decide a pubblicare la sua invenzione, Daguerre era ormai diventato un eroe nazionale. “ Il 25 maggio 1839 si riunì la Compagnia di Arti della Scozia per ascoltare uno dei suoi membri che presentò una relazione circa un metodo semplice e poco costoso di preparazione di un supporto per esigenze fotografiche. Il suo autore era un inglese chiamato Mungo Ponton, che finalmente aveva un argomento fresco e inatteso da comunicare. Infatti, nella primavera del 1839 tutte le orecchie erano piene di termini chimici e fra questi, i sali d’argento occupavano una posizione preminente … Mungo Ponton ebbe poco tempo prima di scoprire un fatto sorprendente, vale a dire la sensibilità alla luce di sali di cromo. Il suo metodo era sorprendentemente semplice: consisteva nell’intingere la carta in una soluzione satura di bicromato di potassio e di asciugarla al calore. In questo stato la carta assumeva tutta un aspetto giallo chiaro. Esponendo la sua carta alla luce si trasformava in arancio scuro. In questo modo egli poteva eseguire tracciati di foglie d’albero, il disegno di un pizzo odi qualsiasi altro oggetto piatto messo contatto con la sua carta. Il susseguente fissaggio era un un affare ancora più semplice: risciacquare con acqua pura era tutto ciò che era necessario per eliminare le parti che non avevano reagito, lasciando un’immagine arancione su fondo bianco. Questo suggerimento è ben più interessante di quanto si pensi.  Certo, non poteva essere paragonato con i prodotti di Daguerre e Talbot, essendo di qualità inferiore e in particolare nella bassa sensibilità, ma la cosa adombrata nella comunicazione del 25 maggio doveva diventare una solida realtà qualche anno più tardi: i sali di cromo utilizzati in questo modo hanno la proprietà di rendere i colloidi come colla, gelatina e gomma arabica insolubili . Il suo metodo era quello di spianare la strada a tutta una serie di processi di riproduzione fotomeccanica, per esempio processi come le carte al carbone. Se lui stesso non aveva ottenuto nulla del genere, era qualcosa di più che l’iniziatore di quanto aveva confusamente intuito per il futuro della lavorazioni di litografia, come la chiamava lui .  Dobbiamo spostarci in Belgio per trovare l’ultimo nome in questo impressionante elenco di fotoinventori del 1839. C’era una volta un povero studente medico di origine tedesca , di nome Breyer, che viveva a Liegi. Un giorno, notò che un foglio con cloruro d’argento che aveva preparato per registrare immagini dal microscopio solare portava tracce della scrittura di una carta che stava sotto di esso. Ma averlo solo notato non era sufficiente, bisognava dimostrare l’interferenza. Ed a questo si dedicò; dopo un certo numero di tentativi, depositò i risultati in una busta chiusa presso l’Académie des Sciences a Bruxelles il 14 agosto. Ma poiché la stagione delle vacanze era iniziata, l’apertura della busta fu rimandata al mese di ottobre. La divulgazione del metodo Daguerre avvenne il 19 agosto. La scoperta arrivò sulla bocca di ognuno e tutti gli inventori furono ammutoliti … Nel novembre Breyer inviò nuovi documenti … e nessuno rispose. Ora quello che Breyer aveva appena inventato era semplicemente riflettografia come viene oggi chiamata, un metodo molto semplice di duplicazione di documenti, meno faticoso e più veloce rispetto alla stampa o alla copiatura. E ‘stata dimenticata per 50 anni e poi reinventata sotto nomi diversi. Oggi è una caratteristica familiare in ogni ufficio dove viene utilizzato per la riproduzione di documenti che non hanno bisogno di essere conservati in modo permanente.  Cosa capitò a Breyer ? Nessuno lo ha mai veramente conosciuto. Divenne un medico,  lavorò e morì in Belgio senza mai occuparsi ancora di fotografia, senza nemmeno  menzionare la sua esperienza: e se non avessimo avuto la fortuna di leggere le relazioni della Académie Royale des Sciences di Belgio è probabile che Breyer sarebbe ancora completamente dimenticato.  Per la stessa ragione di Mungo Ponton, Breyer non ha fatto scalpore ne ha ricavato alcunché dal suo lavoro. Tutte le sue osservazioni hanno contribuito a realizzare  un’applicazione interessante ed ha portato i suoi successori a seguire un nuovo percorso.                           Alfredo Moreschi

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