MOSTRA SANREMO e L’EUROPA Estate 2018 al FORTE DI SANTA TECLA

Benché sia da molti giudicata indefinibile, la Fotografia può esser definita come una «microtomia della realtà fra i due profili di Giano» poiché si tratta di una forma di comunicazione segnata da una particolare e unica caratteristica: quella di restituire un attimo irripetibile fra passato e futuro. E cosi, le immagini assemblate nella mostra Sanremo e l’ Europa. L’immagine della citta tra Otto e Novecento, sommessamen­te, sottovoce, su tutte le punte di piedi a disposizione, dovrebbero esser in grado di suggerire a ogni SpettAutore attento il clima, gli aspetti, i caratteri, il personale film delta rivoluzione avvenuta tra Capo Nero e Capo Verde nel 1872, quando Sanremo riacquistò in pieno un agevole contatto con il resto del mondo.  Quello parziale era già arrivato poco prima del 1830 con il completamento della Genova-Nizza e sul traballio delle prime diligenze. Sino ad allora, l’ isolamento era stato solamente attenuato dalle feluche e dagli schooner, a uno o due alberi, adibiti al trasporto di merci e persone a filo di costa; infatti, l’ antica bigostrada Julia Augusta era franata assieme all’impero romano. Per millecinque­cento anni circa, fu percorribile solo a due piedi, o quattro zampe esperte, dai transitanti di allora: in genere, pellegrini per Roma, commercianti o dalle prime schiere dei grandtouriani.  Nel porto di Sanremo trovavano riparo precario un’ottantina di piccoli

                  Nel porto di Sanremo sta arrivando il vino: dalla Toscana?velieri, una flotta che potrebbe  apparire sopravvalutata, rispetto a una popolazione che superava di poco i diecimila abitanti, almeno sino al 1798, quando, uno dei più attivi fabbricanti di morte dell’epoca non la requisì interamente per una “spedizione d’Egitto”, dalla quale tornarono pochi legni (quattro per la precisione) e alcuni marinai.  L’elevato numero di imbarcazioni, in gran parte costruito sul posto da maestri d’ascia locali, era assorbito dal trasporto della qualificata produzione di agrumi che aveva promosso Sanremo come uno dei centri di eccellenza del settore.  Furono gli ampi sbuffi aerei del primo locomotore a consentire alla città di competere alla pari, con altri centri italiani e stranieri, nella conquista del crescente numero di viaggiatori che si stava muovendo alla ricerca di un piacevole soggiorno verso il solare Meridione.  Per la verità, nei decenni precedenti, qualcosa aveva cominciato a muoversi, da queste parti, con l’arrivo degli inglesi autori di una solida testa di ponte di residenti nel Nizzardo, in rapido allargamento anche alla nostra zona.  Ma il destino, o meglio la Storia, riuscirono a pregiudicare la favorevole occasione con lo spostamento del confine dal Var a Ponte San Luigi.  Il motivo era lo stesso che vide soccombenti i nostri floridi agrumeti ponentini alla concorrenza siciliana: l’Unita delta Nazione! Era vitale, perciò, salire sul primo treno in transito….. e Sanremo lo prese al volo grazie ad alcune circostanze finalmente fortunate che la mostra ripropone, a volte con dovizia di aspetti, altre volte con i rari graffiti che il tempo e la parca memoria istituzionale hanno preservato per gli astanti del secondo millennio.  Riemergono album, ritagli significativi dei bisnonni degli attuali media, icone dimenticate, alcune addirittura ritrovate in una discarica come l’immagine di Bastianello, un Carneade a pedali, idolo del velodromo delta Foce e partecipe del gruppo ideatore delta Milano-Sanremo.  Molti e significativi frammenti li restituisce a caro prezzo la Rete delle Reti, portati un secolo fa al di la dell’ oceano da scono­sciuti ospiti dell’ancora spezzato toponimo San Remo, dalle insegne polilingue e dalle otto chiese a rito ineguale.  Ne sono esempio probante la zarina Maria Aleksandrovna e il kaiser Federico Guglielmo II, venuti da queste parti a trovare sollievo climatico alla loro cagionevole salute; il soggiorno di quest’ultimo Grande della Terra d’allora e della moglie, figlia della regina Vittoria d’Inghilterra, ha avuto un riscontro massiccio sulle prestigiose riviste quindicinali, zeppe necessariamente di aspetti della vita locale e con splendide stampe xilografate sul folklore e il lavoro degli indigeni.  Si e rivelato un lungo battage pubblicitario, mai più replicato nella storia di Sanremo come intensità e, soprattutto, come mira del target; in particolare, se si considera quali fossero i ricchi destinatari, affetti dal cosiddetto mal sottile, di queste pubblicazioni diffuse, ma assai esclusive.  Molte di queste immagini le hanno prodotte i proto-fotografi ottocenteschi locali, i cartolinisti e i professionisti italiani e stra­nieri impegnati nell’illustrazione; anch’essi erano giunti da noi al seguito dei flussi crescenti di residenti invernali.   Molte delle immagini proposte documentano ambienti, attività, scorci della vita locale anche se non si tratta ancora di reportage inteso nelle forme attuali, ne di fotografia di indagine sociale. La cospicua ed elegante produzione del nizzardo Jean Giletta, le vedute del sanremese Domenico Mansuino o quelle esposte negli atelier di Scotto padre e figlio, dei nascenti archivi nazionali di Alinari o Brogi, rispondono alla richiesta crescente di ico­ne-ricordo, a volte rilegate in pesanti album, che gli stranieri intendevano portare a casa per prolungare la memoria del soggiorno.  

A questi nomi vanno aggiunti altri autori, solo per sottolineare il loro maggiore impegno nella descrizione delle popolazioni e delle situazioni locali. Sono Alfred Noack, autore di serie dedicate ai pescatori di Arziglia a Bordighera, oppure Pietro Guidi che ricostruisce nel suo studio aspetti e attività di popolani e da vita, in collaborazione con il dottor Francesco Panizzi, al primo erbario fotografico della storia, dedicato alle « piante più peregrine del luogo».  Il periodo della formazione del nome di Sanremo e della nascita del turismo coincide con gli anni in cui la macchina fotografi­ca, resa tecnicamente accessibile a tutti, si sostituisce ai pennelli o alle matite colorate, al blocchetto di fogli da disegno nel ritrarre i luoghi della vacanza e prolungarne il piacere.   Il tutto insaporito dalle pagine di cronache scritte da ardimentosi viaggiatori come Tobias Smollett, le vicende e le tardive riconsiderazioni, «obtorto pollo», di Giovanni Ruffini, i testi medici e comportamentali di Onetti, Panizzi e Hassall, il saggio sociologico-naturalistico di Comeford Casey, intitolato Riviera Nature notes (Agrestia ligusti­ca); tutte pubblicazioni di rilievo utili per inquadrare il fenomeno sotto gli aspetti climatici e di rigenerante occupazione del tempo libero dei soggiornanti.

Si aggiunga, ma si faccia anche precedere, la marea di guide in diverse lingue a far da specchio ai cambiamenti ambientali ed economici della Sanremo in pieno e rapido risveglio; che si apre totalmente rispetto a un mondo che aveva cominciato a viaggiare in massa e non solo più per spirito d’avventura e di commercio.   Sanremo, scattata in grande ritardo, rispetto all’ex Italia sabauda commutata dai trattati in Francia meridionale, limitatamen­te al periodo iniziale che esamina la mostra, compi uno straordinario balzo in avanti per inserirsi nel gruppo di testa delle località al passo con i tempi nella nuova filiera del turismo residenziale, rompendo il plurisecolare isolamento.  Le immagini fotografiche segnano molti di questi momenti e il loro insieme, sottolineato dalla muta colonna sonora dei docu­menti esposti, intende proiettare il film girato in quegli anni da queste parti; interpretato da masse di uomini semplici e da persone illustri e industriose. Questi fotogrammi, sia le icone originali sia quelle recuperate e ottimizzate elettronicamente, offrono il loro importante contributo per descrivere lo svolgersi di quel periodo fecondo e lo fanno proprio nel momento in cui la fotografia perde valore, importanza, considerazione, soffocata dal parossismo che la sta dilagando; l’uomo non e mai stato cos! illustrato e connesso, ma incapace di veder se stesso e di connettere.  

La presenza in una ex prigione di tante immagini, provenienti da una lontana serie di ieri, vuole proporre il simbolico invito a conservare, fra spesse mura, il prodotto della più democratica delle invenzioni: quella scoperta del 1839, chiamata Fotografia.  Una forma di comunicazione per la quale non e necessario possedere il cosiddetto “dono naturale” che permette ad alcuni di scolpire, dipingere, musicare e poetare con maggior agilità; ma abilita, chiunque abbia la voglia di farlo, di osservare con il “terzo occhio” e realizzare la propria visione di “qualcosa”.  Ed e assai significativo, a questo titolo, the sia stato proprio un grandtouriano a tutto tondo, Henry Fox Talbot, l’inventore riconosciuto, fra i tanti, del nuovo mezzo di comunicazione, a buttare nelle acque del lago di Como le tavolozza e i pennelli disob­bedienti che non gli permettevano di ritrarre adeguatamente il magnifico spettacolo.  Da allora, era appena iniziato il 1800, per una ventina d’anni, lo scienziato inglese si dedicò impulsivamente a progettare strumenti e tecniche tali da permettere l’ immediata captazione, la riproduzione e la conservazione di quanto l’occhio, la prima fotocamera stereo progettata dall’evoluzione in ognuno di noi, permette di ammirare. Battuto sul filo di lana nel gennaio del 1839 da Daguerre e Niepce, Talbot e considerato il vero padre del procedimento nega­tivo-positivo; da allora, il mondo, l’uomo, la sua percezione iconica non sono stati più gli stessi.

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